SOLUZIONE AI FUORICORSO? LA DICE HARVARD

by Vincenzo Palmisano / 23 Gennaio 2015 / No Comments

Fuoricorso: una sola parola in cui però c’è racchiuso molto di più. La percentuale di studenti universitari italiani che non completano il proprio percorso di studi entro i termini accademici è altissima. E il dato che sorprende maggiormente è che l’Università con il maggior numero di fuoricorso è proprio il Politecnico di Torino, prestigiosissimo in Italia e in tutto il mondo.

Possibile che in un ateneo così virtuoso più della metà degli studenti siano fuoricorso?

E’ possibilissimo, soprattutto perché si pensa spesso che raggiungere risultati di eccellenza significhi fare incredibili sacrifici, sia in termini di tempo che a livello di vita personale, e molti studenti non sono disposti a rinunciare a portare avanti altre attività parallelamente allo studio.

L’Università infatti cerca come può di ridurre la percentuale di fuoricorso: un esempio fra tanti è il rettore dell’Università degli Studi di Bari Antonio Uricchio, che ha predisposto un servizio di tutor e assistenza per gli studenti. Spesso però in questi sforzi non vengono toccate alcune delle ragioni principali per cui gli studenti non riescono a rispettare le scadenze previste: scarsa motivazione, poco tempo a disposizione, disorganizzazione nello studio e nella gestione delle scadenze, difficoltà ad interfacciarsi con un mondo nuovo…

E non dobbiamo dimenticarci che a tutto questo ciascuno studente associa degli stati emotivi importanti, che spaziano dall’ansia alla frustrazione, fino alla delusione di non essere riusciti a raggiungere i propri obiettivi.
Un anno fuoricorso, di fatto, significa un anno sottratto ad altro: l’ingresso nel mondo del lavoro, la preparazione per un master o un concorso e molto ancora. E rappresenta anche un guadagno mancato per gli studenti oltre che un aumento delle tasse universitarie e delle varie spese: l’ISTAT ha stimato che un anno fuoricorso viene complessivamente a costare circa 20.000 € l’anno.

Ma è possibile che non esistano soluzioni a una situazione che sicuramente non fa comodo né agli studenti, che affrontano spese ed emozioni negative, né agli atenei, che vedono sminuito il proprio buon nome?
L’esempio, come talora avviene, arriva dagli Stati Uniti, e più precisamente dalla Harvard University. Consapevole della grande mole di studio e del fatto che moltissimi studenti lavorino per potersi mantenere, fin dai tempi di J.F. Kennedy la prestigiosa università americana organizza corsi di lettura veloce, memorizzazione e, più recentemente, anche di gestione delle emozioni negative come l’ansia e lo stress da prestazione.
Si tratta in sostanza di aiutare i propri iscritti mettendo a loro disposizione un servizio estremamente importante, ma che verrà ripagato con gli interessi in termini di peak performance e di fama per l’ateneo.